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Lucani insigni 2016, Mauro Antonio Di Vito

31 luglio 2017

Vulcanologo all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia originario di Lavello e riferimento per equipe multidisciplinari in Europa e Usa

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(ACR) - Vulcanologo in una delle aree più interessanti al mondo, tra le più ad alto rischio: quella del Vesuvio e dei Campi Flegrei con attorno oltre un milione di abitanti. Punto di riferimento per team multidisciplinari impegnati in progetti di ricerca tra Europa e Stati Uniti. Oggi è primo ricercatore all’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia presso l’Osservatorio vesuviano, al vertice dell’Unità funzionale “Reale Osservatorio vesuviano” (nota 1). E’ tra i 300 ricercatori dell’Amra (Analysis and monitoring of environmental risk), Consorzio interuniversitario con cui collabora su tematiche vulcanologiche e di “Resilienza dei sistemi urbani, territoriali ed ambientali” in ordine ai rischi vulcanici (nota 2). Al professor Mauro Antonio Di Vito, originario di Lavello, trasferitosi ormai da molti anni in pianta stabile a Castello di Cisterna, è stato conferito il riconoscimento di “Lucano insigne 2016” per essersi “distinto nelle attività di studio e di ricerca in uno dei poli scientifici più importanti d’Europa e per aver condotto attività di monitoraggio dei fenomeni geofisici e di sorveglianza costante della sismicità con importanti ricadute in materia di prevenzione e mitigazione dei rischi” (foto 1, 2, 3). Incontrato a margine della cerimonia di premiazione, che si è svolta nella splendida cornice del Castello di Lagopesole, ammette di ricevere questo Premio con “molta gioia, anche perché – dice - è stata l’occasione per riavvicinarmi alla Basilicata. Nonostante abiti a Napoli da ormai molti anni, cerco di tornare appena posso perché innegabilmente avverto ancora un legame molto forte con la mia terra” (foto 4).

Incontriamo il professor Mauro Antonio Di Vito quando è appena rientrato dagli Stati Uniti: impegnato in un workshop presso il Cascades Volcano Observatory, nello stato di Washington, in un incontro dove erano presenti i ricercatori degli osservatori di tutto il mondo per discutere le “volcano observatory best practices”, nel luogo dove è avvenuta la famosa eruzione del monte Saint Helens del 1980 (foto 5). Poi è stato a Southampton dove collabora con l’Istituto di Archeologia per un progetto “Purtus Limen” che riguarda lo studio dei porti romani costieri in tutto il Mediterraneo, dedicandosi in particolare ai porti nell’area napoletana. “Può sembrare una cosa strana per un vulcanologo, quella di concentrarsi sullo studio dei porti di molti secoli fa. Ma – spiega Di Vito - in un’area in cui le deformazioni del suolo sono molto importanti, metri e metri in pochi anni, sono proprio i porti a registrare tutti i dati utili per noi ricercatori. Proprio uno dei lavori più recenti, pubblicato sulla rivista ‘Nature’ (‘Magma transfer at Campi Flegrei caldera – Italy - before the 1538 ad eruption’ - Nature Publishing Group, nota 3), ho scritto dello studio condotto da un ampio team interdisciplinare sull’ultima eruzione dei Campi Flegrei evidenziando come siano proprio gli indicatori dei vecchi livelli del mare ad aiutarci a capire, ad esempio, come il magma migra dalla profondità verso la superficie. Insomma, il nostro compito è studiare i fenomeni che precedono le eruzioni con l’obiettivo di capire in anticipo quando sta per accedere un’eruzione che può essere anche molto disastrosa”.

“La collaborazione tra ricercatori, in chiave multidisciplinare, è fondamentale. La scienza – riconosce Di Vito - non si fa da soli, ma in gruppi di ricerca organizzati. E’ solo questo che facilita la conoscenza”. Collabora assiduamente con la Soprintendenza archeologica di Napoli e di Caserta e una serie di Università e Centri di ricerca, come quelli di Torino, Pisa. E con il Dipartimento di Scienze dell’Università di Roma Tre, con il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università Sapienza di Roma, con il Dipartimento di Matematica e Fisica della Seconda Università di Napoli. E ancora, a livello internazionale, con il prestigioso Volcano Science Center della California e con l’Università olandese di Groningen (nota 4) con cui sta portando avanti alcune ricerche sugli effetti di un’eruzione del Vesuvio di 4 mila anni fa, con ripercussioni su una comunità preistorica risalente all’età del bronzo antico, stabilizzatasi su quel territorio in maniera particolarmente densa. “I campi, arati poco prima dell’eruzione, sono stati sigillati – racconta Di Vito – quali tracce eccezionali di preesistenze: tracce, distrutte o preservate, dalla deposizione dei prodotti di quella eruzione, come è avvenuto anche a Pompei”.

Di Vito è autore di numerose pubblicazioni internazionali sulla geologia della aree vulcaniche, sulla pericolosità e sull’impatto delle eruzioni (nota 5, 6). In particolare, sulla sequenza dei fenomeni vulcanici dell’area vesuviana e flegrea da dove si ricavano dati fondamentali che trovano ampio utilizzo, tra l’altro, nell’ambito delle scelte poste alla base dei Piani d’emergenza dell’area vesuviana. “Quanto più è alto il contributo che diamo alla conoscenza su quanto è accaduto in passato, tanto più – sottolinea - avremo elementi importanti per la mitigazione dei rischi nel presente e nel futuro”. E’ stata pubblicata qualche anno fa, sulla prestigiosa rivista internazionale “Earth and Planetary Science Letters (Epsl)” (nota 7), la sua ricerca relativa alla ricostruzione dell’impatto della deposizione dei prodotti dell’eruzione di una pliniana (nota 8) su un villaggio di venticinque capanne dell’età del Bronzo antico. “E’ una pubblicazione a cui tengo particolarmente. Si tratta di uno studio molto innovativo che ha visto, ancora una volta, una stretta sinergia tra Osservatorio Vesuviano e archeologia, con le Università di Torino e di Bari. Studiare e valutare l’impatto di queste eruzioni aiuta ovviamente a capire e a definire – spiega – quali sono le aree a rischio e quali sono le difese da mettere in campo per contrastare tali fenomeni. Ma è utile, anche, a colmare un gap di conoscenza su queste popolazioni preesistenti all’eruzione, molto ben organizzate e capaci di riadattarsi alle mutate condizioni ambientali conseguenza dell’eruzione. Tutto è stato preservato dai depositi vulcanici di una delle eruzioni più intense del Vesuvio”.

La storia di mauro Antonio Di Vito è alimentata da un’irrefrenabile passione avvertita sin da quando era ragazzo: una passione per i fenomeni naturali particolarmente intensi, terremoti ed eruzioni vulcaniche.

16.12.2016_Lucani Insigni 2016, Mauro Antonio Di Vito premiato dal sindaco di Lavello Sabino Altobello

© 2013 - 16.12.2016_Lucani Insigni 2016, Mauro Antonio Di Vito premiato dal sindaco di Lavello Sabino Altobello

L’imponente presenza del Vulture (foto 6) ha giocato certamente una particolare influenza sul suo destino. Come pure l’essere lucano, dunque abituato ad abitare una terra in cui i terremoti si rivelano assai frequenti, nonché distruttivi. “Fare il geologo ha significato ritornare alle mie origini, condizionate innegabilmente dalla presenza del Vulture che domina il territorio circostante intorno a Lavello. E’ la prima montagna che si incontra in quella direzione, l’unica fino ai Balcani. Un fascino particolarissimo, non solo per la bellezza naturalistica che è notevole. Ma anche per le risorse importanti legate al clima e soprattutto al terreno di natura vulcanica: come i tufi utilizzati nelle costruzioni o la bontà del vino e dei prodotti agricoli. Il Vulture, ovviamente, non è più un vulcano attivo. La sua ultima eruzione è datata diverse decine di migliaia di anni fa. Invece per tutti quei vulcani di cui conosciamo molte eruzioni recenti, come nel caso del Vesuvio (foto 7, 8, 9), la cosa affascinate non è solo in ciò che il vulcano ha prodotto nel passato, ma anche nella stretta relazione tra la sua attività e la popolazione che, da almeno 10 mila anni, continua a convivere con la sua presenza. Ovviamente il Vulture ha tutte le peculiarità del territorio vulcanico e, allo stesso tempo, minori rischi rispetto ad un vulcano attivo, come il Vesuvio”.

Era un giovane studente di Scienze Geologiche all’Università degli Studi di Napoli Federico II quando la Basilicata, con tutta l’Irpina, fu travolta dal terremoto del novembre 1980. “E’ stato uno degli episodi che ha più segnato la mia vita. Sebbene non fossi spettatore diretto di quell’accaduto, dalle notizie che mi arrivavano – racconta Di Vito - avevo capito che il sisma aveva colpito pesantemente l’area corrispondente a dove viveva la mia famiglia. Ero ben consapevole del fatto che, in questi casi, è importante acquisire immediatamente informazioni e conoscere le caratteristiche di quello specifico terremoto e i fenomeni che si possono verificare subito dopo. Sapevo che solo con estrema difficoltà avremmo superato quel momento. Da un lato, la necessità di avere notizie immediate; dall’altro la valutazione dell’hazard, ovvero dei pericoli legati ai fenomeni naturali: è questo, in fondo, il binomio su cui ho costruito tutta la mia intera carriera all’Ingv”. Dalla geologia alla vulcanologia, il passo è stato breve per lui che, sin da piccolo, è sempre stato un grande osservatore di rocce, di scavi e si tutto ciò che riguarda il suolo e il sottosuolo. “La geologia mi ha sempre appassionato. La vulcanologia è arrivata subito dopo, quando ebbi la possibilità di studiare alcuni vulcani africani. Subito dopo cominciai a lavorare per la Protezione civile a Pozzuoli per studiare il fenomeno del bradisismo tra l’‘82 e ’84. Poi in Regione Campania e, infine, l’approdo all’Osservatorio Vesuviano, la sezione di Napoli dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, per dedicarmi alla mia grande passione. E da qui non me ne sono più andato”.

“Da sempre la vulcanologia intende capire come funzionano i sistemi vulcanici con l’obiettivo della mitigazione del rischio: ogni azione, ogni studio – spiga Di Vito - è finalizzato, in ultima analisi, ad ottenere elementi per poter mitigare il rischio delle eruzioni vulcaniche, conoscendo i fenomeni che precedono le eruzioni, capendo i fenomeni e le azioni possibili per mitigarne gli effetti. E’ un lavoro complesso che si svolge in equipe multidisciplinari, gruppi di lavoro anche articolati” (nota 9). Sinergie e contaminazioni, a volte, difficili da immaginare, come quando la vulcanologia incontra l’archeologia. “E’ di qualche settimana fa la notizia di uno scavo di una serie di tombe datate VII secolo avanti Cristo appartenenti a principi o soldati importanti, con corredi funerari eccezionali, nei pressi di Nola, a nord-est del Vesuvio. Anche in questo caso – sottolinea Di Vito - si parla della forte relazione tra presenza antropica e presenza del vulcano. Da sempre è così: il vulcano distrugge e, al tempo, attrae la presenza dell’uomo e facilita lo stanziamento di comunità agricole, proprio come nel caso delle popolazioni che si sono ampiamente stabilizzate anche attorno al Vulture”.

Per quel che concerne il futuro, Mauro Antonio Di Vito sarà responsabile di almeno due importanti progetti di ricerca. “Uno – spiega - riguarda l’impatto di alcuni fenomeni conseguenti alle grandi eruzioni del Vesuvio. Ci sono particolari fenomeni, anche particolarmente intensi e distruttivi, che hanno un forte impatto sul territorio e impediscono che il terreno venga utilizzato. Ad esempio, alcuni anni fa si è verificato il fenomeno delle frane di Sarno: ebbene, dopo una grande eruzione si possono verificare colate di fango anche molto, ma molto più intense. Adesso sto lavorando a questo tipo fenomeno, chiamato ‘lahar a debris flows’, fortemente connesso alle eruzioni, ma determinato dalla destabilizzazione del territorio dovuto all’accumulo della cenere dei vulcani. Un altro progetto molto importante, partito proprio in questi giorni, finanziato dalla Fondazione per il Sud del Banco di Napoli, riguarda lo studio delle piccole isole: ancora una volta – sottolinea il professor Di Vito - c’è una forte connessione tra geologia, geomorfologia, storia, archeologia. L’obiettivo è conoscere il territorio e mettere in campo le pratiche migliori per conservare questo patrimonio importantissimo che abbiamo soprattutto in Italia meridionale. E’ un progetto a cui tengo molto, in collaborazione, tra gli altri, con le Università di Roma e di Lecce e un partner greco. Ancora una volta, all’insegna di un approccio fortemente multidisciplinare”.

Tra gli obiettivi del professor Di Vito c’è anche quello di dare, quanto più possibile, nuove opportunità ai giovani ricercatori brillanti (foto 10, 11). “Certo – ammette - oggi è un po’ più difficile rispetto a quando ero giovane io. Non c’è molto spazio, né si sta investendo abbastanza in ricerca, che è l’elemento fondamentale per mitigare i rischi, anche perché gli eventi recenti ci stanno raccontando molto bene che il nostro è un territorio ad alto rischio. Ecco allora, che il mio ruolo è anche questo: promuovere progetti internazionali significa, anche, creare occasioni per i giovani ricercatori. E ai giovani che vogliano seguire il mio percorso consiglio solo una cosa: fare tutto con impegno e con passione” (nota 10). Irrinunciabile, infine, il compito di divulgatore scientifico che si sostanzia, anche, nella partecipazione a trasmissioni televisive come “Linea blu” di Rai Uno. Recentemente Di Vito è stato impegnato in sorvolo su Vesuvio, penisola sorrentina e isola di Capri sul fronte della diffusione della conoscenza e della consapevolezza dei cittadini delle peculiarità dei rischi associati ai fenomeni vulcanici, affinché scelgano meglio cosa fare e come difendersi. (nota 11)

Fortemente legato alla Basilicata, a Di Vito basterebbe un aforisma per definire quella che è spesso chiamata “lucanità”: “Amo dire che quando si nasce in Basilicata si resta lucani: è vero, noi abbiamo qualcosa che ci caratterizza rispetto agli altri. Credo che sia da ricercare nel particolare atteggiamento di rispetto nei confronti del territorio e delle risorse, che spesso sono scarse e sono da tutelare. Perché in fondo il lucano è abituato a vivere di poco, ad esser felice di quello che ha. Mi piacerebbe – conclude - trasferire il senso di questa ‘lucanità’ ai miei figli e alle famiglie che un giorno si faranno. E’ bello credere che ne abbiano già traccia dentro di loro”. (C. L.)


Note:
1. http://www.ov.ingv.it/ov/it/organizzazione.html
2. http://www.amracenter.com/it/aree-di-attivita/resilienza-dei-sistemi-urbani-territoriali-e-ambientali/40-consulenti/349-mauro-antonio-di-vito.html
3. http://www.nature.com/articles/srep32245
4. http://avellino.gia-mediterranean.nl/2016/03/30/the-avellino-project/
5. https://scholar.google.fr/citations?user=MfXPeaq4OkIC&hl=fr
6. https://www.researchgate.net/profile/Mauro_Antonio_Di_Vito2/publications
7. http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0012821X08007127?np=y
8. https://it.wikipedia.org/wiki/Eruzione_di_tipo_pliniano
9. http://www.amracenter.com/doc/pubblicazioni/AMRA_guida_Vesuvio.pdf
10. https://www.researchgate.net/publication/293121859_Report_on_the_AIQUA_2013_Summer_School_The_impact_of_volcanic_eruptions_on_landscape_environment_and_human_settlements_multidisciplinary_perspectives_Geological_archaeological_and_biological
11. http://www.raiplay.it/video/2015/10/Linea-Blu-Golfo-di-Napoli-del-24102015-c818d1f0-eba5-4be2-b5c3-66746e530fc2.html 

Redazione Consiglio Informa

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