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(RegioneInforma) STORIE DEL POLLINO:BRIGANTAGGIO E QUESTIONE MERIDIONALE

23 luglio 2004

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(ACR) - Parlare di brigantaggio in quest'area tra Basilicata e Calabria si traduce in un'analisi della vita condotta dal capobanda Antonio Franco, anzi Giuseppe Antonio Franco. Le notizie intorno alla sua vita non sono molto esaurienti. I briganti, quando venivano arrestati e processati, non li facevano parlare: potevano fare delle rivelazioni pericolose per i "galantuomini", che li avevano utilizzati e traditi. La voce dei briganti, tranne qualche loro brevissima dichiarazione, non esiste nei fascicoli processuali. In quelle carte c'è soltanto la voce dei giudici e dei padroni. Lo dice anche Franco Molfese, il più accreditato storico del brigantaggio: certe carte non si trovano più. Sono state distrutte o sono ancora nascoste negli archivi segreti? Anche della vita di Antonio Franco sappiamo poco: nacque l'8 ottobre del 1832, dal contadino Pietro e dalla filatrice Antonia Serino. Aveva "capelli, ciglia e sopracciglia neri, barba folta e nera, faccia lunga, colorito naturale, corporatura snella". In altri documenti viene definito di "statura alta". Aveva un fratello che si chiamava Giovanni, che risiedeva in Cersosimo. Aveva anche una sorella che abitava a Francavilla. Siccome la sua famiglia era alquanto disagiata, fin dalla tenera età, invece di andare a scuola, fu mandato a fare il pastorello presso un massaro di San Paolo Albanese e poi presso i Crocco di Senise. Certamente, Antonio fu un ragazzo maltrattato dai padroni; come erano maltrattati tanti altri suoi coetanei, costretti a guadagnarsi un pezzo di pane facendo la vita da cani. Non per giustificare la sua condotta, ma forse fu pure la fame ad avviarlo ai primi suoi piccoli furti che si basavano sull'arraffare una gallina, una forma di cacio e un pezzo di prosciutto. Verso il 1850, il giovane Antonio fu chiamato a "servire la patria", durante la quale imparò pure a scrivere qualcosa. Ma come dirà poi, l'ex cancelliere Francesco Camodeca di Castroregio (diventato brigante per pochi mesi), Antonio Franco volle imparare meglio a scrivere e a leggere durante le sue peripezie brigantesche: "mi costringeva a insegnargli a scrivere quando pernottavamo nella masseria del signor "Miraglia di Terranova di Pollino", dice il Camodeca, che poi, abbandonò subito la banda dei briganti del Pollino. Forse questo non lo sapeva il povero capitano Grimaldi e forse è pure vero che, ritenendolo analfabeta, anziché fargli una raccomandazione presso il sottoprefetto di Lagonegro, scrisse invece che "Antonio Franco è delinquente che merita di essere arrestato". Quando il giovane Franco ritornò dalla vita militare fu chiamato a compiere un secondo dovere: se prima aveva servito con Francesco Secondo, ora (dopo l'unità d'Italia) doveva servire anche l'altro re, Vittorio Emanuele di Savoia. Come sapete, a quella vasta coscrizione obbligatoria si negarono molti giovani, che si diedero subito alla macchia. Uno di questi era il francavillese Antonio Franco, che costituì subito una banda di renitenti alla leva. I suoi primi giovani compagni che scelse tra gli scontenti del paese: Vincenzo Abitante (ucciso in una imbosca del Pollino), Domenico Caruso, Nicola Damiano, Giuseppe del Rubbio, Francesco Delia (di Oriolo), Fiore Gramigna e l'inseparabile Fiore Ciminelli. Ma i più famosi compagni di Antonio Franco erano i tre Saracinari, Carlo di Napoli, Vincenzo di Benedetto e Domenico di Pace, oltre a Nicola Maria De Luca (Scaliero) e Francesco Cocchiararo (Canonaco), Francesco Viola (Pedatella) di Latronico, Vito di Mare (Malomo) di Castelsaraceno, i fratelli Caporozzoni, ossia Giuseppe e Angelo Melidoro di Favale San Cataldo (oggi Valsinni), e tanti altri. Insomma, tra perdite, tradimenti e defezioni, per la banda di Antonio Franco passarono, circa 100 briganti. Siamo tra il 1862-65, in cui la detta banda viene ingannata con la cena del capitano Zambrotti, a Lagonegro, e decimata con la fucilazione, sul colle Montereale di Potenza. La banda Franco spesse volte si univa con altre comitive, rimaste pure nella indelebile memoria della nostra storia: Masini, Pugliese, gli stessi Saracinari e la banda di Francesco Lavalle di Mongrassano, vicino Cosenza. Una delle loro "imprese" più clamorose fu l'assalto di Castelluccio, quando sequestrarono i signori di Senise. A proposito di Lagonegro: Antonio Franco non venne fucilato a Lagonegro, come scrive il Molfese, ma a Potenza, il 31 dicembre 1865. Aveva 33 anni. Quasi tutti i briganti furono stroncati in giovane età. La narrazione della vita di Antonio Franco ci fa capire tutto il contesto storico del tempo: anche in Francavilla c'erano pochissimi "galantuomini" ricchi e moltissimi poveracci. Antonio, il suo primo reato lo compì a 14 anni di età rubando un animale, allora,"reato grave". La legislazione di allora non riconosceva alcuna garanzia per i minorenni. I signori del paese non lo tolleravano, lo screditavano in pubblico: Don Vincenzo Pesce cerca di scoraggiare anche la giovane Carolina Oliveto, che sta per fidanzarsi con Antonio Franco. Carolina lo riferisce subito al suo promesso sposo, e Antonio Franco aspetta il buio della notte, si dirige verso la contrada Carratello e mette fuoco, non solo nella masseria di Don Vincenzo Pesce ma anche a quella del di lui fratello Don Peppe. Certamente, anche le altre donne di Antonio Franco non vissero nella serenità. Ebbe diverse donne ma non si sposò con nessuna di esse, anche perché la sua vita fu breve, ma a quanto pare, lasciò pure qualche erede. La più sfortunata fu la bella Serafina Ciminelli. Si sa di certo, che l'amante di Antonio Franco, non era Teresa, la quale era sposata con un Mainieri, ma Serafina, con la quale ebbe pure una bambina, più sfortunata della giovane mamma: morì appena nata, nelle campagne di Latronico, perché Serafina doveva spostarsi da un rifugio all'altro. Il prete don Liborio Pelagano, che riceveva pure soldi da Antonio Franco, non la ospitò più a casa sua. Quasi tutti gli autori che hanno parlato della banda Franco e delle brigantesse, ripetono, l'uno appresso all'altro, che l'amante del Franco era Teresa, (Trèsia'a Sciàffaro), la sorella più grande di Serafina. Teresa e Serafina Ciminelli, pure di Francavilla in Sinni, sorelle di Fiore, erano figlie dei contadini Domenico e Maria Luigia Ferraro. Come abbiamo potuto sapere, la loro piccola masseria era in contrada Bruscata. Sarebbe interessante rivedere e proporre un percorso, anche turistico, dei ruderi e dei luoghi che fanno la storia dei briganti. Una lontana discendente di ze' Trèsia'a Sciàffaro", ce la indicò dicendo: "la nostra famiglia non stava male, ma con la disgrazia del brigantaggio, andarono tutti i galera e si rovinarono, Questa terra era nostra". Serafina e Teresa Ciminelli, forse furono pure affascinate dalla figura del capobanda Antonio Franco, ma sono due donne che simboleggiano, anche se in maniera sbagliata, la ribellione a una società padronale, maschilista e anche maldicente. Così erano pure le altre donne della storia brigantesca: Filomena Pennacchio, Cotugno, Marinelli, e la calabrese Marianna Oliverio. Anche le donne che fecero parte della banda Franco non volevano essere brigante (o brigantesse), facendo attenzione a non cadere nel rischio di mitizzare il brigantaggio. La nostra tesi è stata molto chiara: né criminalizzare, né mitizzare, ma solo capire e analizzare. Dopo quello che abbiamo detto, non è difficile accennare alle cause del brigantaggio. Basta riportare alcune brevissime testimonianze: quelle del pastore Troiano Pappadà, di Teresa Ciminelli e di Giovanni Labanca. Pappadà, dopo essere arrestato, dice: "io, la mia vita l'ho passata sempre nei boschi, appresso alle pecore. Ho fatto il pastore. Se mi togliete questo mestiere, la mia famiglia muore di fame". Teresa Ciminelli, che insieme a tutta la sua famiglia, si trova in carcere, aggiunge: "non so scrivere, non sono stata mai condannata, nulla posseggo, sono state la malvagità del mio paese a rovinarmi". Giovanni Labanca, nato e cresciuto nella solitaria contrada di San Migàlio di Terranova, racconta pure la sua tragica storia: "a 14 anni io fui mandato a fare il pecoraio con il sig. Chidichimo di Albidona (Cs). Don Nazario Lonigro, mio compaesano e padrone, mi accusò di avergli rubato due agnelli. Eppure, non ero stato io a prendergli quegli agnelli". In questa ricerca sui briganti della banda di Antonio Franco, si riscoprono il folklore e la cultura del brigantaggio: cosa mangiavano, come vestivano, come scrivevano, cosa cantavano. Sembra strano, ma i briganti leggevano anche i giornali, per tenersi a corrente dei fatti che li riguardavano. I briganti mangiavano quasi sempre in fretta, e in piedi. Mangiavano anche la carne cruda, o appena arrostita, i caciocavalli di Nicolantonio Chidichimo (di Albidona) e di Toscano (di Cassano), i maccheroni appena bolliti e fatti scodellare da una contadina di Viggianello. Quando stavano più tranquilli, specie di notte, si fermavano in un mulino o in una vecchia masseria, e consumavano la pasta di casa e salsiccia fresca. Sapevano pure scrivere: ce lo confermano i loro biglietti minatori, le loro canzoni, lasciate accanto alle bandiere di Francesco II. Suonavano anche la zampogna. Inviterei i nuovi giovani suonatori di zampogna a musicare una canzone per i briganti. Sono belle pure di quelle di Vecchioni e di Bennato, ma i briganti sapevano fare i parolieri, i suonatori e i cantanti. Il loro abbigliamento era fatto di panno nero, la camicia era di tela bianca, la giacca pure di panno nero, il cappello alla calabrese lo portavano pure i briganti lucani. Queste testimonianze non sono solo la narrazione della storia e di qualche leggenda, ma vogliono essere da stimolo, ai giovani ed alle generazioni future, a ritrovare le radici nel passato e sollecitare i giovani a promuovere una serie di progetti di sviluppo turistico anche e soprattutto su questi temi, musica, costumi e folklore, cibi e percorsi rurali. (M.R.D.P.)

Redazione Consiglio Informa

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