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(RegioneInforma) IL PECORINO DI MOLITERNO PASSA ANCORA PER IL FONDACO

15 luglio 2004

© 2013 - valdagri_small.jpg

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(ACR) - Le distese di grano, che il regista Salvatores ha fotografato nel film Io non ho paura (tratto dal libro di Ammaniti); le recenti vicende che hanno trasformato la popolazione di Scanzano in "guerriglieri" non violenti, per la legittima difesa del proprio territorio, e la rivendicazione degli operai della Fiat di Melfi per una vita più dignitosa, rappresentano insieme ai Sassi di Matera e alla "perla" di Maratea, luoghi di indiscutibile fascino e bellezza, alcune significative immagini della Basilicata che ben sintetizzano il volto della nostra terra agli occhi degli italiani. Ma c'è dell'altro, non è tutto qui. Lo dicono a chiare lettere le vaste distese di faggi, querce e castagni che affollano la ricca terra dell'alta Val d'Agri. In particolare la zona di Moliterno e dintorni, resa fertile dalle acque dell'invaso artificiale del Pertusillo. Centro principale della zona, Moliterno ha l'aspetto del tipico borgo medievale. Nasce intorno all'anno Mille grazie a un piccolo gruppo di profughi dalla vicina Grumentum distrutta dai Saraceni. Il paese è dominato da un castello di origine normanna, il cui enorme mastio merlato si fa risalire ai tempi dei longobardi. E proprio da questa torre, la moles aeterna, sembra risalire il nome di Moliterno. Sin dai tempi antichi, attività portanti dell'economia lucana furono la pastorizia e la produzione casearia. Il pecorino di Moliterno è, non a caso, l'espressione casearia che meglio rappresenta il binomio prodotto-territorio. A partire dal 1700, in cui la mera produzione di autoconsumo lasciò il posto a una vera e propria tecnica organizzata, la bontà dei formaggi prodotti a Moliterno varcò i confini nazionali fino a raggiungere il Nuovo continente. Inoltre, la posizione geografica che il paese di Moliterno occupa, a ridosso tra Campania, Calabria e Basilicata, ha favorito lo spostamento di molti dei suoi abitanti i quali hanno trascinato con sé proficue correnti di esportazione. Prodotto con latte ovino, caprino e vacca di razza podolica, il sapore intenso che il pecorino di Moliterno emana ben si inserisce nella cultura sensoriale di questa parte del mondo, ricca com'è di sapori intensi, forti e decisi. Un tempo i pecorini venivano trasportati in un apposito magazzino situato a pianterreno chiamato "fondaco", con il pavimento in pendenza per meglio favorire lo scolo della salamoia. Questo era formato da due grandi ambienti divisi da arcate. Oggi molte cose sono cambiate, ma l'abitudine di far stagionare il pecorino in questi antichi ambienti è tuttora in voga. Lo confermano i lavori di recupero dello storico Palazzo Parisi, i cui sotterranei saranno adibiti a luogo unico di stagionatura del pecorino. Già in passato i sotterranei del Palazzo, in virtù di particolari caratteristiche congeniali allo scopo (umidità, luce e temperatura ideali), erano stati adibiti alla fase finale della lavorazione del pecorino. Tuttavia, nonostante la sua innegabile bontà, il pecorino di Moliterno non è ancora così conosciuto come altri formaggi fatti di latte ovino. Per questo motivo, con lo scopo di tutelare questa preziosa prelibatezza, gli abitanti di Moliterno si sono mobilitati per la costituzione di un Consorzio. Il consorzio si propone di proteggere e valorizzare questo prodotto attivando relazioni con il territorio e le culture locali, sostenendo i produttori e organizzando sagre e fiere con lo scopo di promuovere il pecorino di Moliterno anche al di fuori dei confini locali. Quando si parla delle ricchezze dell'alta Val d'Agri non si può fare a meno di nominare anche Grumento Nova. Distesa sul crinale di un monte che domina la confluenza del torrente Sciaura nell'Agri, il nome richiama l'antica Grumentum. Il sito di Grumentum è, con quello di Venosa, l'immagine dell'archeologia in Basilicata. Inaugurato nel 1995, il Museo nazionale dell'Alta Val d'Agri ospita i resti di un elefante denominato Elephans antiquus. Le sue ossa sono state ritrovate tra i sedimenti del lago che nel Quaternario occupava la valle dell'Agri. L'area archeologica è racchiusa da una cerchia di mura lunga circa tre chilometri. I resti risalgono prevalentemente all'epoca romana e sono quanto ci è pervenuto dopo che i Saraceni costrinsero alla fuga la popolazione di Grumentum (nell'anno Mille). Lasciandosi alle spalle i resti di un antico acquedotto, subito si incappa nelle vestigia di un teatro, eretto negli ultimi anni del I secolo a.C. e più volte ristrutturato. Dal teatro è possibile scorgere il complesso degli edifici religiosi e del foro. Intorno a questo le fondamenta di un tempio e, poco più in là, un tratto di strada lastricata porta alle terme. Dell'anfiteatro, datato I secolo d.C., restano pochi ruderi, ma è nel suo genere uno degli edifici più antichi d'Italia. A nord di Grumento sorge Viggiano di cui non si può ignorare la splendida e antica Madonna Nera. Interamente in legno, la Vergine fu scolpita nel XIII secolo e decorata in oro 400 anni più tardi. Essa fu rinvenuta molto tempo dopo la sua realizzazione (un secolo dopo per la precisione) nel luogo ove oggi sorge il santuario, che è poi anche il luogo in cui viene conservata. Tra i santuari lucani dedicati al culto di Maria questo è senza dubbio il più importante. Prende il nome dal Sacro Monte su cui bisogna arrampicarsi per apprezzare la scultura. Per arrivarci si devono percorrere circa una dozzina di chilometri dal centro abitato, e gli ultimi due necessariamente a piedi. Quando nel 1991 Giovanni Paolo II compì la visita pastorale nella regione la proclamò protettrice della Basilicata. Una sorta di ratifica pontificia ad un culto che in zona si praticava già da tempo. In sintesi, la zona dell'Alta Val d'Agri vanta un patrimonio fatto di risorse, culture e tradizioni le cui radici affondano in un ricco quanto prospero tempo passato, e qui il petrolio è stato non a caso omesso dal discorso, a dispetto di quanti la conoscono solo per questo. (K.S.)

Redazione Consiglio Informa

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