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Vincenzo d’Errico, un avvocato al servizio del Risorgimento

27/10/2010 11:58

Vincenzo d'Errico

ACR Era un avvocato prestato alla politica, anzi all’economia, Vincenzo d’Errico. Di lui, l’amico ancora più prestigioso, Vincenzo Gioberti, disse che era “uomo cauto, assennato e venerando”. Lo stesso Paolo Emilio Imbriani – giurista, docente di diritto all’Università di Pisa e poi anche sindaco di Napoli (tra il 1870 e il 1872) – ebbe per d’Errico parole gratificanti: “Prepose alle dolcezze degli agi, della patria, della famiglia, il culto onesto ed operoso della libertà e della indipendenza d’Italia”.

Nacque a Palazzo San Gervasio il 4 gennaio 1798. Suo padre era Giuseppe. La madre si chiamava Maria Rachele Conversano. A 26 anni, dopo gli studi formativi effettuati in quel di San Chirico Raparo, conseguì la laurea in Giurisprudenza a Napoli il 13 gennaio 1824.

Iniziò subito a Potenza la pratica forense, specializzandosi in cause sul demanio pubblico e nel 1839 diventò avvocato di fiducia del comune di Melfi. Uomo d’affari, negli anni 1820-1849 acquistò numerose e ragguardevoli estensioni terriere. La sua professione, le relazioni e le conoscenze intessute gli fecero guadagnare una reputazione di tutto rispetto. Ma era l’economia ad affascinarlo letteralmente, spingendolo verso l’impegno politico. Parallelamente alla professione di avvocato cercò e trovò lo spazio e il credito necessari (anche a forza di idee e proposte ragionevoli e equilibrate) negli ambienti liberali della capitale lucana. Trasformò la Vendita Carbonara in “Giovine Italia”, scalando poi rapidamente i gradini di una carriera politica di rilievo.

Fu prima socio e poi presidente della Società Economica di Basilicata (1843-44). Divenne consigliere provinciale nel 1840; deputato per le Opere pubbliche provinciali per tre anni a partire dal 1841; membro del Consiglio Generale di Basilicata (1846); deputato per l’Amministrazione dei fondi per le Opere Pubbliche. Il 1848 fu un anno di ulteriori soddisfazioni personali: Vincenzo d’Errico venne eletto deputato al Parlamento napoletano.

Gli interessi e la passione economica li esercitò attraverso numerosi articoli pubblicati sul Giornale economico letterario della Basilicata, organo di stampa della Società economica. Il d’Errico conosceva molto bene la situazione economica della popolazione lucana. Nello scritto: “Su depositi di medici. Progetto di stabilirsene in Basilicata per lo miglioramento dell’agricoltura e delle arti nella provincia”, invitava le autorità a creare ricoveri per i più indigenti. Alta era la percentuale di coloro che mendicavano e vagabondavano miseramente, segno inconfondibile del pauperismo in cui versava la società lucana del tempo.

Quale poteva essere una soluzione? Vincenzo d’Errico non aveva nessun dubbio e suggeriva l’istituzione di ospizi e ricoveri che dovevano essere gestiti, in un primo momento da Stato, Comuni e privati (attraverso collette raccolte nelle chiese), in un secondo momento, progressivamente, fedele ai canoni del liberismo economico, l’assistenza pubblica doveva scomparire perché ritenuta dall’avvocato palazzese controproducente e strumento di arbitrio da parte dei poteri pubblici.

Aveva anche una soluzione per combattere la povertà: insegnare ai poveri e più sfortunati un mestiere affinché potessero emergere dalle condizioni di indigenza in cui versavano. Ma le riflessioni di Vincenzo d’Errico non si fermavano solo alla povertà e alle soluzioni per combatterla. Il suo raggio d’azione e di pensiero si allargava anche alle questioni di macro – economia.

Nel discorso tenuto alla società Economica di Basilicata il 30 maggio del 1844 e nel saggio “Dei bisogni della Basilicata e degli espedienti a sovvenirli”, affermò chiaramente che per sollevare le sorti dell’agricoltura lucana bisognava innanzitutto diffondere e sviluppare l’istruzione, favorire lo spirito associativo, ma anche allargare i cordoni del credito agrario, distribuire le terre ai contadini, intervenire sulla viabilità per facilitare le comunicazioni. Idee e proposte moderne. Forse troppo, a tal punto che, come sostiene Tommaso Pedio nel suo saggio “La Basilicata borbonica”, restano inattuate e cadono nell’indifferenza più totale.

La sua identità politica e il suo impegno furono anche molto coerenti con le sue idee. Gli eventi avrebbero messo in luce il loro portamento. Il 29 gennaio 1848, Ferdinando II concesse la Costituzione. D’Errico non nascose il suo favore. Fece di più: il 28 febbraio lanciò un appello “Ai Lucani” con il quale sollecitava un monumento al Re in segno di “gratitudine per la promulgata Costituzione”. Questo invito gli costò durissime critiche da parte della corrente radicale. Scrive Pedio: “Di tendenza moderata, cercò di impedire che i liberali lucani aderissero alla corrente radicale ed espose il suo programma in un saggio edito a Potenza nel febbraio 1848 su La Costituzione in Lucania”.

Ciò nonostante, Vincenzo d’Errico aveva guadagnato con le sue idee un discreto credito tra la popolazione. Venne eletto deputato al Parlamento napoletano per il distretto di Potenza. Nel frattempo fondò il Circolo Costituzionale Lucano, movimento nel quale si ritrovarono i liberali e i democratici.

Ma questo suo atteggiamento diplomatico non lo preservò dal succedersi e dal precipitare degli eventi. Il 15 maggio 1848 il Re cambiò idea. Sciolse il Parlamento, stracciò la Costituzione. È l’inizio della rivolta di Napoli.

A Potenza le notizie dei gravi disordini e dell’atteggiamento contraddittorio di Ferdinando II giunsero rapidamente. In questo momento si compie un’azione mediatrice di Vincenzo d’Errico che non ha eguali. Più che aizzare i cittadini potentini, d’Errico cercò di gettare acqua sul fuoco di indiscriminate e avventate proteste. Il Circolo venne trasformato in Comitato Costituzionale della Basilicata. Alla base c’era un accordo politico e di principio con i quali si difendeva a spada tratta la Costituzione e si ventilava (ma non con tanta decisione) l’invio di truppe armate (peraltro davvero risibili) per difenderla.

Una minaccia non tanto convinta che però bastò a raffreddare gli animi, ma non senza conseguenze. L’atteggiamento intransigente del sacerdote Emilio Maffei, che con d’Errico faceva parte del Comitato, esacerbò le posizioni tra moderati e progressisti a tal punto che dopo aver definito il suo amico “tergiversivo” ruppe con lui ogni rapporto nel luglio del 1848, proprio quando la magistratura borbonica utilizzò il pugno di ferro contro i sovversivi e gran parte delle persone coinvolte, al di là delle posizioni moderate o radicali rappresentate, furono processate ed incarcerate a Potenza.

Scrisse Vincenzo al fratello Agostino (maggio 1850): “Quando la reazione divenne minacciosa e prepotente, io vidi che la mia presenza nel Regno non sarebbe stata tollerata, e quindi avrei esposto a gravi compromessi i miei ospiti. Quindi mossi per Napoli”.

Raggiunto da un mandato di arresto con l’accusa di cospirazione contro il re Ferdinando II, latitante, giunse prima a Tolone, poi a Marsiglia e infine a Parigi dove approfondì i suoi studi di economia. Due anni dopo lasciò la Francia alla volta di Torino. Da queste ultime tre città risale un fitto carteggio con la famiglia a Palazzo San Gervasio, dal quale emergono tutto il suo attaccamento e la sua nostalgia per il paese e per la famiglia, ma anche ulteriori riflessioni sugli ideali patriottici e la malattia che lo stava uccidendo (proprio a Torino aveva contratto la cistite pertinace). Le missive, firmate con lo pseudonimo di Zenone Vridricco, non venivano inviate direttamente alla famiglia perché la polizia borbonica la sorvegliava, bensì in cittadine limitrofe, dove conoscenti e amici fedeli poi provvedevano a recapitarle ai destinatari.

Morì a Torino il 1 ottobre del 1855. Aveva 57 anni. Sul monumento marmoreo in onore di Vincenzo d’Errico a Palazzo San Gervasio nel Pantheon di famiglia è scritto: “Vincenzo d’Errico / Giureconsulto / Deputato al Parlamento Napoletano / Nel 1848 / Esulando per tristizia di tempi / Serbò sempre longanime speranza del Risorgimento d’Italia”. Più di ogni altra definizione sembrano queste le parole più giuste per descrivere l’opera di un patriota lucano che attraverso l’impegno culturale e politico (mai dissennato né spregiudicato né violento) non fece mai tramontare la speranza di vedere un giorno l’Unità d’Italia. (M. C.)

Fonti

  • Tommaso Pedio, Dizionario dei Patrioti Lucani (Artefici e Oppositori) 1700 – 1870, Vol. II, Trani, 1972, Vecchi & C.
  • Tommaso Pedio, La Basilicata Borbonica, Osanna Edizioni, Venosa, 1986
  • Autori Vari, La Borghesia tra Ottocento e Novecento in Basilicata, Calice Editori, Lavello, 2006.
  • Raffaele Giura Longo, La Basilicata moderna e contemporanea, Napoli, Edizioni del Sole, 1992.
  • Luca Iannelli, Palazzo San Gervasio. Microstoria tra fonti e documenti, Palazzo San Gervasio, Pianeta Libro Editore, 1997.
  • Rosa Rago, I D’Errico di Palazzo San Gervasio/Tra Setto e Ottocento, Consiglio Regionale della Basilicata, 2004

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