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GIUSEPPE CAPOCASALE, UN FILOSOFO LUCANO ALLA CORTE DEI BORBONI

Alle celebrazioni per il 250° Anniversario della nascita del filosofo che si svolgeranno a Montemurro lunedì 1 marzo, prenderà parte il presidente del Consiglio regionale Vito De Filippo

25/02/2004 10:36

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ACR Il Regno delle Due Sicilie, come ha scritto Benedetto Croce è sempre stato considerato un luogo d'elezione per economisti e filosofi che, soprattutto nel periodo compreso tra la seconda metà del settecento e l'intero ottocento, hanno prodotto le loro opere più significative ed hanno grandemente influenzato il pensiero storico ed economico d'Italia e d'Europa. La Basilicata che del Regno Borbonico, per la sua particolare localizzazione geografica è stata una provincia importate dal punto di vista strategico, per la sua funzione di "filtro" verso province più grandi e popolose, ha contribuito in maniera generosa all'evoluzione, storica e filosofica, del pensiero meridionale, dando i natali, come è noto, a Mario Pagano, protagonista e martire della rivoluzione partenopea del 1799, a Francesco Lomonaco, il Plutarco italiano, e via di seguito a letterati, storici, economisti, giornalisti, politici….ma quasi nulla rimane di un altro grande filosofo lucano, Giuseppe Capocasale che, in un periodo in cui iniziavano a manifestarsi con inarrestabile irruenza i primi sentimenti unitari, ebbe il torto di nascere e morire dalla parte sbagliata. L'illustre filosofo era nato a Montemurro (PZ) il 1 marzo del 1754 da Lorenzo, fabbroferraio e Maria Lucca, semplice donna di casa. Tuttavia, nonostante le umili origine familiari venne ben presto attratto dai libri e dagli studi teologici al punto che, come raccontavano le cronache dell'epoca, non era infrequente vederlo studiare, a notte fonda, alla luce della lanterna che illuminava l'edicola della Madonna della Grazie nel più povero e popoloso quartiere di Montemurro: Gannano. Rimasto orfano di padre a 15anni, grazie alle innate capacità di apprendimento e della lingua latina e degli scrittori classici, intraprese rapidamente l'attività di precettore che lo portò a risiedere, per qualche anno, in case patrizie a Corleto Perticara ed a Stigliano. A vent'anni venne chiamato ad assumere la carica di Governatore prima e di baiulo poi del comune di Sarconi dalla famiglia Pignatelli, feudataria di quel paese; incarico che mantenne per circa un anno, quando, nonostante il buon operato, lasciò la Basilicata per recarsi a Napoli a continuare gli studi, conseguendo rapidamente la laurea in Giurisprudenza. Fu certamente in questo periodo che strinse amicizia con più grandi pensatori napoletani dell'epoca, come il Genovesi, che lo indussero ad aprire una scuola di filosofia, ben presto affollata da studiosi ed allievi. Anche questa volta, tuttavia, nonostante le positive ripercussioni nell'ambito culturale partenopeo, la sua ansia di ricerca spirituale lo condusse ad una nuova ed impegnativa scelta di vita che lo portò ad indossare a 47 anni, per speciale dispensa reale, l'abito talare. Nel 1804 venne nominato Lettore di Logica e Metafisica e nel 1818 professore di Diritto di Natura e delle Genti nella Reale Università degli Studi di Napoli. Fedele e leale alla casa reale anche durante il periodo della rivoluzione partenopea del 1799, gli venne comunque riconosciuta l'onestà di vita e di dottrina e furono molti i protagonisti di quei giorni che lo difesero strenuamente, al punto che egli fu libero di continuare nell'insegnamento. Nel 1806, al culmine del decennio francese, venne privato dell'incarico universitario venendogli concesso la continuazione del solo insegnamento privato, unica sua fonte di sussistenza; eppure, anche in questa occasione accolse gratuitamente alla sua scuola gli studenti poveri; offri patrocinio gratuito ai carcerati politici, fedeli alla dinastia reale che continuamente confortava nelle prigioni o confinati nelle loro case, a prezzo di gravi rischi per la sua incolumità fisica e soprattutto della sua libertà. Ritornato al potere il Re Ferdinando IV, venne chiamato a corte quale precettore di Ferdinando II di Borbone che amorevolmente e dottamente istruì, al che, quasi a ricompensa di tale fedele ed onesta condotta gli venne offerto il Vescovado di Cassano, una prima volta ed il Vescovado di Sora, Equini e Pontecorvo, successivamente. Ma sempre il Capocasale rifiutò l'alto incarico ecclesiastico, nonostante le preghiere delle genti di quelle diocesi. Anche al culmine della fama mantenne costantemente e amorevolmente i legami con la sua terra natìa, lo testimoniano alcune lettere inedite spedite ad alcuni parenti a Montemurro, così come alcune usanze specificamente lucane, scrive, infatti Leonardo Sinisgalli, che di Capocasale fu studioso ed estimatore, in uno dei racconti di Belliboschi "Del resto il filosofo di Montemurro, Giuseppe Capocasale, autore del Codice Eterno, precettore del Principe Ereditario del Regno delle Due Sicilie, aveva abituato il suo pupillo Ferdinando a far colazione con un pezzo di focaccia fresca ed un peperone. " Abbastanza nutrita è la produzione filosofica e letteraria del Capocasale giunta fino a noi; in particolare vogliamo menzionare: Il Cursus philosophicus, sive universale philosophiae institutiones, in cui il Capocasale cercò di conciliare il cristianesimo con l'empirismo di Locke e il sensismo di Condillac, e per questo venne considerato il "Socrate cristiano". Il saggio di Fisica,ovvero Istituzioni elementari di Fisica scritte per il suo studio privato. Il Codice eterno ridotto in sistema secondo i veri principi della ragione, del buon senso. Il Saggio di politica per uso de' privati. Istituzioni elementari di Geometria e di Matematica. Il Catechismo dell'uomo e del cittadino. La scienza de' Santi, ossia Teologia Ascetica ridotta a principi da P. Reumary, tradotta in italiano con annotazioni. Il 15 ottobre 1828 un'emorragia cerebrale condusse a morte il Capocasale, ospite del Principe nella villa reale di Portici. Il suo ultimo e più illustre allievo Ferdinando II volle onorare il suo maestro concedendogli pubbliche onoranze e facendo conservare in un tumulo le sue spoglie contravvenendo le disposizioni dell'Arciconfraternita dell'Ordine Terziario a cui il filosofo apparteneva. Nel 1831, a cura di un altro illustre suo allievo Pasquale Arcieri di S. Mauro Forte, venne pubblicato il libro La pietà e la gratitudine a Giuseppe Capocasale, un volume di testimonianze sulla figura e l'opera del filosofo lucano, a cui collaborarono i maggiori intellettuali napoletani dell'epoca. Ad inizio novecento tra coloro che si occuparono del Capocasale particolare rilievo merita certamente Giovanni Gentile che nella sua Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi, annovera il filosofo di Montemurro tra i maestri del pensiero vissuti a cavallo tra settecento ed ottocento e tra i suoi allievi ricorda, tra gli altri, Giuseppe Mezzarella, professore di filosofia nel Seminario di Pozzuoli e docente della Storia della Filosofia nell'Università di Napoli. A conclusione di questa breve biografia, quasi a conferma della profonda fede che animò per tutta la vita il filosofo lucano, ci sembra opportuno leggere nell'immagine del Capocasale, in abiti talari, incisa sulla copertina del libro di Pasquale Arcieri, il suo insegnamento più importante: Venite filii audite me,Timorem Domini docebo vos". (A.S.)

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